Marzia Verona: una passione per il pascolo vagante che le ha cambiato la vita

A volte un incontro può cambiarti la vita. A Marzia Verona è successo nel 2003 quando ha conosciuto un pastore che le ha fatto scoprire il pascolo vagante. Un mondo che Marzia ha iniziato a indagare, conoscere e raccontare attraverso le sue foto e i suoi libri, l’ultimo dei quali, uscito per Laterza lo scorso dicembre, “ruba” il titolo a quello del suo blog, “Storie di pascolo vagante”, che per dieci anni ha raccolto storie di pastori vaganti. Piemontese, classe 1977 Marzia Verona ha frequentato la montagna fin da bambina appassionandosi a varie temi, dalla botanica alla fotografia, fino all’etnologia e all’architettura tradizionale alpina e mescolando gli studi, è laureata in Scienze Forestali ed Ambientali, con gli interessi personali. L’abbiamo intervistata per farci raccontare la sua storia e le storie di pascolo vagante.

Che cosa si intende per pascolo vagante?
il pascolo vagante è una definizione introdotta da una legge (polizia veterinaria). Si intende il pascolare senza sede fissa attraversando diversi comuni, province e anche regioni. a seconda delle regioni, ci sono disposizioni differenti sul come presentare le domande, ma in generale bisogna avere il gregge indenne da patologie e ottenere le autorizzazioni dai comuni che vendono attraversati, sia come semplice spostamento, sia come zone di pascolo. Le greggi (solitamente miste, ovini e caprini) o più raramente, le mandrie di bovini condotte secondo questa modalità non hanno una stalla o l’allevatore dispone solamente di una struttura dove ricoverare parte dei capi: le capre quando partoriscono, pecore con agnelli.

Come nasce il tuo interesse per questo mondo?
E’ stato un caso. Nel 2003 stavo lavorando ad un censimento regionale delle strutture d’alpeggio in Piemonte ed un pastore alla domanda “sede invernale degli animali” rispose: i miei animali non hanno mai visto una stalla, faccio il pascolo vagante. La cosa mi ha incuriosita ed ho iniziato a chiedergli come si svolgeva questa attività. pian piano ho conosciuto altri pastori, ho iniziato a seguirli raccogliendo testimonianze e foto, ho scritto il primo libro sull’argomento “Dove vai pastore?” (Priuli&Verlucca, 2006) e… mi sono ritrovata ad avere un pastore come compagno di vita. Per una decina di anni quello è stato sempre di più il mio mondo, anche dal punto di vista professionale.

Fare il pastore è una scelta di vita oltre che professionale. In un tuo precedente libro, “Di questo lavoro mi piace tutto”, ci hai raccontato attraverso la voce di tanti pastori, che alla base di questa scelta c’è la passione. E’ questa l’unica molla che spinge verso il pascolo vagante?
C’è chi lo fa per questioni “ereditarie” e chi lo sceglie in modo consapevole, pur provenendo da tutt’altra realtà. Sì, serve un’immensa passione, Perché i sacrifici da affrontare sono tanti. Il vincolo costante del gregge, 365 giorni all’anno. Non c’è giorno che si possa andare a fare altro, a meno che ci sia qualcuno che ti sostituisca. Devi comunque provvedere quotidianamente all’alimentazione e alla sorveglianza del gregge, oltre a tutte le altre incombenze. Bisogna essere pronti ad affrontare condizioni di vita molto dura: pascolo all’aperto, anche sotto la pioggia, con la brina, la nebbia, il caldo soffocante della tarda primavera, le zanzare. Bisogna trovare soluzioni alternative quando la neve è troppa per trovare il foraggio. Spesso si vive in roulotte o in rimorchi attrezzati. Il reddito non è elevato e sicuramente non è proporzionato alle ore di lavoro e ai sacrifici affrontati. Tutti gli allevatori diranno che c’è la passione alla base della loro scelta, ma ben pochi andrebbero a fare i pastori vaganti.

Quali sono a tuo parere, le maggiori difficoltà per chi volesse intraprendere, oggi, questa professione?
Ce ne sono molte: a parte quelle che coinvolgono ogni professione (burocrazia, scarso valore del prodotto, spese…), quelle specifiche della categoria pastorale (predatori nelle aree montane e collinari, scarso/nullo valore della lana, scarsa valorizzazione del prodotto “carne”). Il pastore vagante si trova a dover attraversare un territorio che ha sempre meno spazi. Il gregge dà fastidio quando attraversa un paese, il gregge dà fastidio quando percorre una strada, il gregge è fuorilegge quando va a pascolare lungo un fiume perché oggi ci sono i parchi fluviali. Un gregge piccolo, inoltre, non ti consente di sopravvivere, ma greggi troppo numerosi hanno un impatto eccessivo sul territorio e sono mal visti. Un tempo si attendeva l’arrivo del pastore con il gregge che “pulisse” i prati, al massimo dava un agnello o un pezzo di formaggio, oggi sempre di più i contadini vendono l’erba ai pastori nelle aree dove c’è forte concorrenza. Spesso chi si improvvisa pastore i primi anni spende anche grosse cifre per alimentare il gregge, facendo lievitare i prezzi di mercato, poi si accorge di non riuscire a rientrare delle spese. Un altro problema è quello del trovare manodopera. spesso ci si affida ad operai saltuari dalla scarsa affidabilità, pagati in nero perché l’attività è poco remunerativa e non consente di affrontare quella che sarebbe la giusta spesa per un operaio regolare. Non ultimo, bisogna ricordare che non è facile trovare un territorio di pascolo. Nelle aree dove ci sono pastori, un po’ tutto il territorio è già spartito su quelli esistenti.

Quali pensi, invece, che siano i vantaggi e le opportunità per chi scegli di fare il pastore?
Ci sono gratificazioni e si fa “un lavoro che piace”. Le opportunità sono ancora da cogliere… nel senso che, a mio parere, con questa forma di allevamento si ottiene della carne di alta qualità, che non viene assolutamente riconosciuta, valorizzata o commercializzata in maniera opportuna. Per farlo i pastori dovrebbero unirsi in consorzi, creare un marchio di tutela per la carne “da pascolo vagante”, ma manca quasi totalmente questa mentalità. In Francia, grazie anche a condizioni territoriali e tradizioni più radicate, c’è una divisione più netta tra allevatore e pastore. L’allevatore è il proprietario del gregge e si occupa della sua gestione, compresa la valorizzazione dei prodotti. I pastori vaganti italiani conducono il gregge in prima persona, sono totalmente assorbiti dalle loro incombenze quotidiane e si trovano a svendere i loro capi a (pochi) commercianti che monopolizzano il mercato. La principale vendita è quella degli agnelloni per la tradizionale festa del sacrificio islamica.

L’intervista a Marzia Verona continua. Non perdete la seconda parte sul nostro blog.

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